Nessuna recalcitranza

Il fatto è che suona bene, dopotutto.
A me piace perché fa proprio il senso dei calci d’infante che non c’ha voglia (con la c accrescitiva), è una parola che ci torni, che la pensi, che è abbastanza lunga da farti dire che c’hai dovuto pensare, prima di non fare qualcosa.

“Nessun ripensamento” è un po’ morbida per quel che serve, “Niente paura” è bella, sì, ma tanto semplice.

Che forse ha anche bisogno di essere semplice, perché c’è già la paura a rendere tutto incasinato. Se vuoi togliere la paura a una persona, mica puoi dirgli che non deve recalcitrare. A meno che t’impappini nel dirlo e la fai ridere. Allora sì che si scioglie la paura.

Ecco, io, al netto delle cose dicibili all’adattatore riflessivo (lo so, questa è vecchia e incomprensibile, ma se vuoi, chiedi, che la spiegazione delle battute è sempre meno divertente delle battute stesse), io, dicevo, “recalcitranza” lo apprezzo, per l’italiano, non per il doppiaggio.

Se hai da andare e ti siedi a pensare, oppure con tutte le forze, ti ritiri (che bbbello “ti ritiri”, ci pensate mai a quanto sia bello “ti ritiri”?!)… ecco, io ci vorrei almeno un “recalcitrare”, nella spiegazione di ciò che hai fatto. No?!

Forse il fatto è che recalcitrare mi dà l’idea di non definitivo, e per questo ancora più forte, voluto, sperato e tentato.

Nel senso: io non so se riuscirò nell’impresa di fare tutto come si deve e nei termini che mi sono prefissato, ma ci provo. I pro mi spingono, i contro mi frenano, a ogni passo se ne creano di nuovi e io tentenno (anche tentennare… ne vogliamo parlare?! A parte che mi ricorda sempre il ragazzetto dei fumetti belgi… belga… vabbeh… ma è proprio che quando non si ha perfettamente deciso, si fa un po’ un ten-ten coi piedi, ci si dondola che un po’ si tende e un po’ si tira).

Ma dopo i giorni di riposo e dopo esser riuscito a mettere tre cose in fila (che mi è già traguardo), io mi metto e perdo una giornata, ma riprendo possesso di Facebook (che è anni che lascio lì a marcire, perché le poche volte in cui ho tentato di entrare, mi chiedeva di pigiare un numero, per sicurezza, sul mio Huawei che non ho mai avuto, io, uno uauei (dai, è bella anche uauei, come parola)) e poi lo elimino.

L’ho detto, forse, nell’ultima puntata prima di andarmene da Twitch: che io da piccolo c’avevo sta cosa che mi piaceva l’informatica e mi piacevano le cose online, e visto che avevo l’età di quando chiunque giudica (che poi non è che si smetta di farlo, ma è solo che si finge di farlo, mascherandolo per “senso comune”), chiunque mi diceva “sfigato! Non c’hai una vita?! Cazzo stai tutto il giorno davanti allo schermo?! Mica sono vere amicizie, quelle lì”. Poi è arrivato Facebook, che stranamente è statunitense, e ha dato il la a quella spocchia da teenager col giubbotto della squadra di football… e io non lo volevo, Facebook, c’avevo il mio MySpace che ci mettevo la musica. Su Facebook non ce la potevi mettere, la musica. E infatti, dopo poco, chiunque aveva Facebook e mi diceva “sfigato! Non c’hai una vita?! Se non sei su Facebook, non esisti”.

E insomma, poi l’ho fatto per le cose della poesia, ma non l’ho mai molto seguito… come le altre piattaforme… è che chiunque ti dice: “se vuoi che qualcuno ti conosca, devi esserci, sulle piattaforme”.

E sai cosa?!

Forse no.

In queste cose vorrei recalcitrare.
E senza paura, provo a toglier tutto.

Così magari mi si vede per come sono (e magari lo imparo anch’io, come sono)

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