Abbrivio

La nostra mente ha bisogno di inizi, ha bisogno di cose semplici e comprensibili, per non sentirsi fuori posto o indietro, abbiamo paura di perdere anche con noi stesse, con l’idea che abbiamo di noi stesse.
Quindi partire con un pensiero a metà è già una sconfitta.
Questo è un posto a metà, e spero lo rimanga sempre (il più a lungo e quanto possibile), perché vorrebbe dire che non sarà finita e altre cose potrebbero arrivare.

Chiariamolo (come se il nome del blog non dovesse bastare): non sono una persona ottimista, tutt’altro, direi che chi ha assaggiato un pochino del mio malessere, non l’ha trovato poi così facile da gestire (coi dovuti distinguo, in cui qualcuno c’ha addirittura marciato, denigrandolo), ma quindi perché sono così speranzoso (o avventato… o anche semplicemente str*nzo) da voler intraprendere per l’ennesima volta un viaggio come questo?!

Non lo so.

Vorrei che, a volte, questa risposta bastasse.
Vedo come molto evoluto, un pensiero che accetti e valorizzi un semplice “non lo so”. Sia esso un aperto e stupito, volenteroso desiderio di analizzare e capire; oppure un dimesso e calmo, magari spento, magari svogliato, magari sollevato, sedersi un po’, senza forze, e lasciare che le cose vadano; o un aspettare, un prendersi una pausa, magari poi una ragione viene.
Questa volta il non lo so è pieno di altro, perché in realtà viene tutto dalla voglia, dalla necessità, dalla sensazione di strabordare.

Direi che per partire, serve forse chiarire il nome del blog e il perché (o tentare di farlo, visto che non finirò mai nulla, qui e altrove).
Amo le parole.
Questo posto si può leggere come quella sensazione poco chiara, quel caos che ci colpisce nei sogni in cui non riusciamo a correre, a scansarci, a fare qualcosa; oppure come quella fortissima voglia interiore, che si scontra con lo sca*zo, con l’inerzia, con il culopesantismo o anche solo con la reale non voglia (anche questo è un pensiero evoluto che, personalmente, vedo molto femminile: attualmente la più insormontabile distinzione tra donna e uomo (e che forse la liquidità potrebbe colmare o potenziare) è che per un uomo è logico “vorrei, ma non posso”, mentre per una donna è logico “vorrei ma non voglio” (penso di averlo già detto e scritto altrove, ma questo luogo è anche di smemoratezza… scusate). Penso che l’evoluzione umana abbia una fortissima direzione, che è quella femminile, oltre che quella anarchica e naturistico-indigena.

Insomma, la prima accezione di questo titolo è che spesso credo infinitamente in ciò che penso e scrivo, ma poi mi scontro con la realtà dei fatti, con la scarsa intelligenza (emotiva e mentale e tutte quante le accezioni possibili) per metterla in atto, quindi ho un sacco di abbrivi, che mi sembrano affondi pronti a colpire nel segno, ma poi si sciolgono, si spengono, si perdono.

La seconda accezione potrebbe essere più chiara con una virgola, per dar pausa breve tra le parole.
Casco un sacco di volte.
E so che è un bene, perché tutte quelle cose della fenice e le frasi motivazionali di stoca*zo, ma per chi ha il gene depressivo, è un gran terno all’otto, l’affrontare le cose… può andar bene, come malissimo.
Un sacco di volte, quando affondo, mi sento un bel po’ perso.

Infine, la terza interpretazione è sonora.
Amo le parole, sì, ma anche, e spesso soprattutto, i suoni.
Non so quando si sia instillato in me il non riuscire a distinguere il tratto dal suono, ma so che quando la gente sta ore a parlare di poesia scritta e orale, a me viene un pochino da pensare che “boh… non è la stessa cosa?!”.
Insomma, quando scrivo, a me sembra di sentirlo. E infatti, un sacco di volte, metto delle virgole che in grammatica non sono proprio correttissime… ma è che c’ho le pause, in testa, e mi sembra meritino una virgola.
Comunque: una delle cose belle dell’italiano (che ho la fortuna di aver imparato come prima lingua) è il raddoppiamento sintattico (che già è un suono tutto tocchi e scoppi).
Quando uno a Milano va a casa, lui va a casa. Punto.
Quando una già a Firenze, ma anche a Roma e più in giù, va a casa: lei va accasa. Che poi si cementifica nell’accasarsi, nel diventare casa. Accoglie, abbraccia. Le doppie, in italiano, sono abbracci e culle. Sono un po’ amore.

E io, l’amore, lo vedo a fondo perduto.

Ma suona affondo, col raddoppiamento sintattico (scusate, volevo ripeterlo), ed è un concetto che spero faccia capire il mio intento: prendere un termine economico e accostarlo al concetto, alla sensazione, al bene supremo esperibile; secondo me è un bel tentativo di provare qualcosa.

Ovvio, non sono il primo a farlo, non sarò certo l’ultimo. Non mi ergo a un bel diavolo di niente. Anzi, per concludere questo primo sproloquio vorrei chiarire una piccola, ma fondamentale tendenza: io, dato che affondo, sto sotto.
Quella cosa difficile da scrivere per chiudere una lettera al Savonarola (quell’umilissimo stare sotto i piedi), è la mia condizione primaria.
Se dico qualcosa su qualcosa o, soprattutto, qualcuno, non mi sto ergendo a superiore, non sto analizzando da distaccato spocchioso, non sto sentenziando snobisticamente… è proprio che ho fissato ben bene i miei chiodi al fondo, ai sedici anni, che tutto quello che osservo e guardo e indago e cerco e provo e sento e sperimento, io lo vedo da sotto.
Che è tanto sbagliato quanto il contrario, perché l’equilibrio è saper gestire le onde e lasciarle fluire; ma dato che ho imparato a considerare la mediocrità dell’indifferenza come il male peggiore e il rischio di alimentare la mia stronzaggine, nell’indulgere in onde in fase, troppo grande per la mia forza e integrità; allora mi sono allenato un po’ a stare qui, nel mio fondo, a guardare su, e provare a essere un po’ obiettivo.

Insomma: qui vorrei provare a scrivere qualcosina di buono, dal fondo di me, dal fondo della controfase, rilasciato in una voglia altalenante che spero non si perda (ché la costanza è una mia grande difficoltà); ma soprattutto vorrei che fosse a fondo perduto.

Come l’amore, appunto (in tutte le sue accezioni).

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